Quando strisciano i mostri nel buio: la depressione illustrata

Un’illustrazione personale del male del secolo che trasforma corpo e psiche in terreni incolti di perduta speranza

Le valvole di sfogo chiuse che impediscono una fuoriuscita di richiesta di aiuto

Le valvole di sfogo chiuse che impediscono una fuoriuscita di richiesta di aiuto

Il grigiore di una società brulicante di solitudini e fretta, rispecchiata sulla pelle; mostri viscidi e striscianti che si aggirano nella nostra testa, entrando e uscendo a piacimento da ciò che guardiamo, pensiamo, udiamo. Il tutto condito con l’incapacità di “urlare” la propria condizione per la chiusura stretta e totale di valvole di sfogo che impediscono la richiesta di aiuto, e la vergogna che è frutto più di un cinismo dilagante, privo di empatia, che di qualcosa di cui vergognarsi davvero.

È così che ho immaginato la depressione, disturbo dell’umore, che l’OMS ha dichiarato come seconda causa di disabilità, tanto può essere subdolamente penetrante e devastante per la psiche di un uomo.

La cattiva notizia è che nessuno è esente dal pericolo. In una società fatta solo di fretta (mille cose da fare e farle subito), egoismi (ognuno innaffia il proprio orticello della soddisfazione, incurante totalmente del prossimo e anzi vedendolo come un ostacolo o una scocciatura), necessità logoranti (lavori e professioni che siamo costretti a fare perché la vita con le sue scadenze non ha tempo di aspettare la nostra realizzazione professionale o personale), scelte obbligate o falsi e stupidi miti della società moderna (modelli di bellezza o di vita irraggiungibili che esulano da ciò che siamo realmente e hanno la pretesa di trasformarci in automi tutti uguali – pelle sempre liscia e giovane, corpo scultoreo, sorriso d’ordinanza e outfit di un certo livello – finendo invece per ridurre tutto in una coltre spessa di nebbia d’apparenza fumosa e vuota che nasconde realtà totalmente differenti, anime sofferenti, tristi, umiliate, unicità monche e represse, per inseguire vacui sogni di facciate luccicanti messe lì a coprirci la vita per paura del giudizio altrui.

Come se al cimitero dovesse mai importare se siamo stati educati, pettinati, in forma, bravi a fare le cose COME ANDREBBERO FATTE (regole inventate per troncare ogni individualismo creativo che ci identifica per tramutarci in signori nessuno che fanno le cose tutte uguali).
E dallo stare scomodi in questi vestiti tutti banalmente uguali che la società ci vorrebbe imporre, ecco spuntare il germoglio di quella tristezza d’animo che a lungo andare scava la psiche come una goccia costante, trasformandosi poi nei mostri distruttivi della depressione.

Picasso – che ne fu avvolto per anni alla morte di un suo caro amico – affermò che “L’arte spazza via dall’anima la polvere del quotidiano.”

Io ho voluto dare nel mio piccolo, una visione personale di ciò che affolla la psiche di un individuo vittima di questo cancro invisibile, conseguenza di errori madornali di valutazione di una società non più composta da famiglie e gruppi sociali che si sostengono l’un l’altro, insegnando a tirare fuori il meglio di sé e la propria attitudine a essere se stessi nel qui e ora – unico tempo per essere felici – ma fatta di cinici ed egoisti soldatini al servizio del fumoso, leggendario (nel senso di inesistente se non nelle nostre intime paure paranoiche) pensare comune. Errori di valutazione che ci fanno dimenticare ciò che siamo per costringerci a comportarci COME DOVREMMO, lasciandoci scomodi e sofferenti come piedi in scarpe strette per amor di inutile stupidità da galateo sociale dove germoglia il malessere.

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